Quando mi hanno inviato la comunicazione che finalmente, dopo sei anni, la candadidata alle elezioni del 2002 in Colombia era stata liberata ho sobbalzato dalla soddisfazione. Azione militare e di intelligence così se ne sono viste pochissime nella storia di sempre. Infiltrazione, depistaggio ed azione. Grandi …
Certo, ora la FARC potrebbero perdere la testa ma quest’azione ha dimostrato che neanche loro sono invincibili e la conoscenza del territorio non basta più. Inganno … forte. Per chi non si occupa di analisi potrà sembrare un’azione fortunata e basta. Per la prima volta nella storia un’operazione viene condotta in modo così perfetto che non era possibile prevedere un’azione controforza da parte dei ribelli. Questa vittoria apre la strada ad una nuova forma di contrapposizione, di reazione ai gruppi eversivi. Se si pensa ai sistemi di “controllo” che chi agisce nella logica criminale del terrorismo deve innescare per difendersi, ora, grazie a questa missione, va in crisi il sistema di comunicazione all’interno di qualsiasi cellula. Si può infiltrare, depistare e colpire.
Il sistema verrà studiato a fondo dagli analisti e vorrei proprio leggere qualche rapporto sul caso specifico ma sicuramente d’ora in avanti ogni azione di eversione, grande, con risonanza internazionale, dovrà fare i conti con il rischio che all’interno della struttura vi sia una infiltrazione, un qualche cosa, un qualcuno che può minare dall’interno, come un cavallo di Troia l’azione militare o di terrorismo. Ecco perché penso che quest’operazione cambierà molte cose non solo in centro America con tutti i ribelli che ci sono ma anche nel resto del mondo. A leggere le notizie sui giornali stranieri stamattina mi è tornato in mente il libro “L’arte della guerra” di Sun Tsu scritto fra il VI ed il V secolo avanti Cristo. Una perfetta applicazione e senza sparare un colpo di MP4 o di Barret M82-A1! Strategia. Bravi (more…)

Seguono notti tormentate
Esaltano sublimi ricordi
Accolgono crescenti inquietudini
Uccidono indicibili speranze
Sommessamente chiedono l’ultimo oblio

Nella blogsfera si osservano fenomeni molto vari. Nascono ed evolvono in base a situazioni e volontà talvolta molto indistinte e difficilmente valutabili. Il successo (o il desiderio di conseguirlo) è una delle leve più forti che si possono osservare. E’ come se si proiettasse sul virtuale una “significativa” parte delle smania di “arrivare” che si vive nel reale. Sovente, per far ciò, si tralasciano rigore e buon senso. Ciò che conta è contare (senza specificare che cosa).
Dall’osservazione che la società reale tende a proiettarsi pesantemente nel mondo virtuale variando significativamente porzioni importanti dei processi di comunicazione in virtù del fatto che mancano aspetti essenziali della comunicazione non verbale, sono giunto ad una prima sintesi, del tutto personale e destinata ad ulteriori approfondimenti, che riguarda il rapporto che intercorre fra la presenza in rete e la funzione relazionale che questa manifesta.

Sono necessarie alcune premesse di natura “tecnica” legate ai processi di cambiamento in atto:
1)    Dopo lo sviluppo della “Teoria dell’informazione” di Shannon e Weaver si è compreso che il terzo livello, quello dell’induzione al comportamento è di fatto il più importante in quanto legato maggiormente alla posizione del ricevitore. I primi, la tecnica e la semantica, sono quasi funzioni operative della comunicazione.
2)    Il marketing virale, negli ultimi anni, ha assunto una forma molto aggressiva grazie alla presenza della rete. In altre parole, la verticalizzazione del processo di comunicazione one to many allargata ha reso il passa parola forte tanto quanto la solidità di un brand. Anzi, oggi, è possibile affermare che un brand è fatto intrinsecamente dal riconoscimento che i fruitori fanno del “valore” esplicito od aggiunto del “proprietario”. Si, si dovrei specificare meglio questo concetto ma da solo mi porterebbe via una ventina di pagine fra illustrazione tecnica ed esempi. Le prendiamo così.
Fatti salvi questi principi osservativi e perfettamente studiati ma soprattutto assolutamente simulabili e misurabili (dotati ormai di valenza scientifica) non si può non osservare come queste forme di “mutazione” della comunicazione siano oggi ulteriormente “de” formate da nuove strutture e nuovi sistemi di aggregazione semiotica.  Uno di questi sono certamente i “Meme”. E’ noto a tutti che questo termine è stato introdotto da Richard Dawkins negli anni ’70 e rappresenta una forma di “virus” culturale che persone variamente aggregate sono in grado di scambiare ed elaborare generando forme e consuetudini che nel tempo possono assumere caratteristiche denotanti assolute all’interno del gruppo stesso. Il Meme stesso quindi può essere inclusivo od escludente a seconda del grado di “partecipazione” e di “accettazione” di colui che in una qualche forma adattiva lo incontra. Un esempio chiarisce meglio di qualsiasi chiacchiera. Se in una comunità, si diffonde l’uso di un canto per ricordare un evento, questo è un Meme in quanto “entità di informazione” perfettamente armonizzata con un preciso gruppo di persone. L’idea di “propagazione virale” quindi è indipendente dal canale. Tradizione orale o scritta o atteggiamento. Il “punctum” è dato dall’informazione.
Ho provato ha visitare molti blog per capire come si diffonde questa cosa che viene definita Meme ma che in realtà, sono in grado di affermarlo alla fine di questi ragionamenti, non è altro che una forma “distorta”, mascherata, quasi un trojan, una catena di Sant’Antonio per non dire un moderno e non sempre onesto “multilevel”.
In teoria un Meme parte da un nodo (chiamo così il primo sorgente per  non entrare in dettagli che potrebbero urtare delle sensibilità) e questo “chiama” altri a tentare di realizzare il “riempimento” di una matrice di valori (le cose che amo, le cose che odio e via dicendo), i quali, a loro volta, rilanciano ad altri.
La matrice originale rimane invariata ma quel che conta è che ogni “chiamato” conservi il link con il “progenitore”. Nel diagramma una simulazione di ciò che accade. Osservando il grafico tutti, prima o dopo sono “impegnati” nell’inserire un link con il nodo primitivo. Anzi, osservando lo schema si comprende che il passaggio ad un livello superiore ad uno inferiore (da sinistra verso destra) porta un delay. Sovente, la terza generazione ignora, a meno che non appartenga ad una comunità di contatti ben strutturata le relazioni parentali come gli “zii”. Anzi, spesso si ignorano persino i “secondi cugini”. Questa proliferazione gerarchica quindi chi avvantaggia? La nascita di un vero Meme? No, non può. Assolutamente non può in quanto manca la “condivisione parallela”, mentre si sviluppa una relazione top down che potrebbe limitarsi a soli 4 livelli (radice, 1, 2, 3, 4).
In altre parole, questo sistema, secondo il mio parere, potrebbe funzionare se il vertice categorizzasse ed interlivellasse i contenuti delle matrici facendoli diventare, per accettazione indiretta da parte della gerarchia sottostante la “riconoscibile entità d’informazione” del gruppo, ovvero generando una vera “ontologia” del gruppo.
Se questo non succede è un’operazione da furbetti, ben mascherata. Mi piacerebbe che qualcuno mi dimostri il contrario altrimenti resto dell’avviso che si tratta di un multilivello messo in moto sul piacere della comunicazione e finalizzato al ranking di un blog nella blogsfera. In poche parole una catena di Sant’Antonio il cui beneficiario è colui che l’ha lanciata e gli altri … lavorano per lui.
Confutiamo?

Gli eventi occorsi negli ultimi giorni mi hanno fatto riflettere molto. Sento il bisogno di esprimere il mio pensiero e la mia preoccupazione per quanto accade e soprattutto per quanto accadrà.
Stamattina, per esigenze di lavoro, mi sono dovuto spostare e ad ogni incontro ancora commenti sul voto. Frequento un ambiente ideologicamente orientato. Non posso farmi vedere con i quotidiani che leggo, non posso dire quello che penso, non posso citare autori che non siano “omologati”. Da anni spero che nessuno investighi nella mia vita scoprendo che sono un anticomunista. Perderei, tempo zero, il posto di consulente per l’innovazione nell’unico comune della regione rosso come il paese di Peppone. Ma in entrambi i luoghi dove lavoro, io, ho sempre dato il meglio di me. Senza reticenze, sentendomi sempre parte della squadra ma tacendo sempre il mio pensiero. Sempre.
Quando sento o leggo che c’è chi si straccia le vesti considerando l’esito del voto un salto nel fascismo, un passo indietro, una ingloriosa fine della democrazia mi sale un’angoscia tremenda (penso a  Rousseau o meglio ancora Platone nel suo VIII Libro de “La Repubblica” - “il governo dei molti” chiedendomi se qualcuno sa di cosa si parla fra coloro che oggi biascicano insulse parole?). Penso che la democrazia non si attua se vince un colore o viene annichilita se vince l’avversario; essa si attua se si compie il significato del termine e non solo nell’accezione greca che comunque è tanto cambiata nel tempo.
La storia della democrazia ci insegna che i processi storici sono stati sempre quanto meno “aperti”, linee guida, se vogliamo delle tendenze ma mai realizzazioni complete nel senso che conosciamo. La forza delle democrazia, rispetto a qualsiasi “ismo” sta in questo, nella sua costante incompiutezza. La democrazia appare con quasi doppia:  formale e sostanziale assieme. La riconosciamo come principio essenziale anche nella Costituzione ma ne sperimentiamo le imperfezioni. Ciò non di meno i sistemi democratici, ed il nostro non è diverso dagli altri, cerca di adeguare la sostanza alla forma. Affermazioni come quelle che ho sentito e letto divergono dall’idea stessa di democrazia ma pretendono di ereditarne l’essenza.
Oggi la democrazia è cambiata: è fatta di pluralismo e non certo di unicità di valore (vince uno va bene, vince l’altro ed allora il popolo non capisce nulla, avrà quel che si merita, gli sta bene). E’ in questo pluralismo “reale” che le decisioni si fanno difficili a causa (o in virtù) della sue tante voci raramente unanimi. Per questo oggi affermo che non è un bene perdere, in parlamento, rappresentanti di ampi strati politici così come è accaduto qualche giorno or sono. Ciò non di meno non posso non osservare che il mio paese è immaturo per il sistema maggioritario, proprio per quelle che si sente e legge oggi.
Che vergogna e soprattutto … che futuro … scuro. Non posso non pensare alle tensioni sociali prossime, ai rigurgiti del terrorismo che questo cambiamento inevitabilmente porterà (bisogna saper perdere: ciò è insito nella democrazia stessa: penso all’agorà!); alla frattura nei diversi livelli ontologici delle amministrazioni che saranno separate ed in conflitto fra ciò che è l’indirizzo e ciò che è l’azione amministrativa. Scontro e non sviluppo. Le caste non sono solo in alto: esse proliferano assai bene anche molto in basso.
Per carità, usiamo la parola “democrazia”, tutti, con conoscenza di causa: vinti e vincitori, ideologi ed ideologizzati di ritorno, frustrati ed esaltati.
Un buon tacer non fu mai scritto.

Alla base dello stemma la scritta “Sempre fedele”, l’alabarda tergestina e due aquile bicipiti a sinistra. Il 31 marzo 2008 è stata sciolta la più antica unità militare italiana. Le sue origini risalivano al 1621 quando fu fondata prendendo il nome di “Reggimento Fleury” (cognome dell’omonimo marchese). Tre anni più tardi iniziò a svolgere servizio per Carlo Emanuele I prendendo quindi anche il nome di “Re”.
Desideravo entrare nella “Folgore” ma non avevo le caratteristiche fisiche. Fui destinato al San Giusto come assaltatore. Con orgoglio ricordo quei giorni e la memoria torna e ripercorre quel mio giovane tempo. Ero in prima compagnia. 130 assaltatori suddivisi in plotoni ed attorno quasi 600 uomini di supporto logistico. Ho usato molte armi che da quel momento non mi hanno mai più fatto paura nel vederle e nel maneggiarle. Sai che possono uccidere, offendere ma anche difendere. Ho fatto un numero incalcolabile di guardie, addestramenti, sessioni in poligono di tiro e me ne vanto. Nella primavera del 1978, nel mezzo degli anni di piombo (periodo di brigate rosse, attentati ed eversione), vengo inviato con tutto il gruppo di assaltatori a Padova per le elezioni politiche come guardia ai seggi. Dire che non avevo paura sarebbe una bugia, solo gli incoscienti puri non hanno paura. In caso di attentato o assalto di forze civili o paramilitari ostili le regole di ingaggio erano severe e dovevo seguirle alla lettera. L’unica cosa che feci fu quella di invertire la prima pallottola del mio fucile mitragliatore FAL (Fucile Automatico Leggero) - che era una “tracciante” - con la seconda che era una convenzionale NATO 7,62 mm con proiettile in piombo e camicia di rame. Quando montavo di guardia pensavo che era infinitamente meglio un brutto processo che un bel funerale.
Il Reggimento è stato sciolto. Le cose erano cambiate, l’errore di togliere la leva obbligatoria lo pagheremo negli anni. Penso solo al ruolo fondamentale di aiuto alle popolazioni che venne dai militari, dagli alpini, in servizio nelle caserme friulane ai tempi del terremoto del 1976. Non erano volontari allo sbaraglio. Dovevano obbedire. Sapevano esattamente cosa fare. Oggi c’è la protezione civile ma una compagnia di uomini addestrati è un’altra cosa.
Per saper comandare bisogna saper obbedire ed oggi, tristemente, tutti vogliono comandare senza sapere come si fa.
Onori, … alla bandiera di guerra del 1° Reggimento Motorizzato “San Giusto” insignita dell’Ordine Militare d’Italia, di due medaglie d’argento ed una di bronzo al Valor Militare e a tutti gli uomini che in quasi 390 anni di storia hanno prestato servizio sotto le sue insegne.

Sono figlio di genitori istriani. Sono nato a Trieste pochi anni dopo la fuga dalle terre d’Istria dove la mia famiglia (sia paterna che materna) era vissuta per secoli (prima della sparizione degli archivi si poteva documentare la presenza dei cognomi dei miei dal ‘400 in poi).
Poi la pulizia etnica, il filo di ferro ai piedi in 5, 6 anche più persone, un colpo di pistola ad uno e giù nella foiba. Mia madre è stata arrestata dai titini e conserva ancora il mandato di cattura. Lavori forzati. E’ tornata. La mia famiglia non ha indossato una camicia nera, era solo italiana.
Sono scappati via per non morire. Non hanno mai chiesto aiuto, mai una lira, mai un aiuto da un paese che negava anche l’evidenza, l’Italia. Matrigna e ingrata. Complice per tutti questi anni degli infoibatori.
E’ stata la loro guerra, la loro diaspora ma io, come, italiano continuo a provare disagio e dolore quando vado in Risiera a San Sabba (unico campo di sterminio nazista in Italia) ma anche quando vado in quelle terre che ora quasi pacificate non hanno più il vessillo con la stella rossa nel mezzo o le falci con i martelli. Ora c’è la Slovenia, proprio un’altra cosa per fortuna. Però, però non dimentico il giorno in cui a Firenze, poco più che adolescente, in gita con i miei, una persona con la quale ci eravamo fermati a conversare, sapendo che venivamo da Trieste ci disse: - Ma pensavo che non sapeste parlare italiano -. E rivolgendosi a me: - Ma tu che sei di là, farai il militare in jugoslavia? – Ricordo che gli risposi male. Ho rimosso il ricordo delle maleparole che gli apostrofai dietro e ricordo quel senso di essere “stranieri” in casa propria. Proprio stranieri dopo aver pagato così tanto. E per anni è stato così, mai parlare altrimenti i “vincitori” italiani si urtano, si alterano. Come a Malga Bala, a Porzus ed in tanti altri posti.
Non bisogna dimenticare e a chi urta la cosa dovrebbe almeno avere il buon senso provare vergogna e tacere.

http://www.lefoibe.it/

La tempesta, là, oltre la diga infuria. Oggi mi sono rintanato nel sia pur rumoroso laboratorio. Ho le orecchie contaminate dal ronzio di 7 server che noiosamente macinano byte erogando servizi. Stamattina, prima di scendere “in città” ho dovuto passare da un laboratorio fotografico per farmi fare delle fototessere. Nell’attesa che si sviluppassero le immagini (dopo essere state letteralmente impressionate dei miei contorni) ho ucciso l’attesa guardandomi attorno. Ma dico io, è mai possibile che in ogni dove vi siano cose che mi fanno in un qualche modo star di schifo? Questo studio fotografico appartiene ad una fotografa assai attiva nello scenario dell’intera provincia e nel negozio, per mostrare le sue capacità, espone un bel “portfolio” di fotografie di matrimonio che, in linea generale, per me, sono di difficilissima realizzazione laddove non si voglia cadere nelle “nefandezze”. Lei, fotografa scafata e brava presenta un bel gruppo di immagini li, belle e pronte. Inizio ad osservarle; giovani, meno giovani: quanti, ma quanti bei sorrisi! Sguardi e volti pieni di speranza, di passione, di amore. Volti e sguardi protesi all’altra, all’altro in uno slancio infinito e meraviglioso. Dopo averle osservate tutte con attenzione mi sono chiesto se quella felicità, oggi, alberga ancora in quei cuori e … l’ho sperato, per tutti. Tutte le spose erano bellissime anche se tolto il trucco e messo un abito convenzionale tornavano ad essere scialbe così come i neo mariti così belli come il sole anche se qualcuno con una incipiente pista d’atterraggio per le mosche sulla testa. Ma poco importa. Sorrisi, sguardi languidi, passione, baci e speranza infinita. Ho preso le mie fotografie, mi sono guardato prendendo paura per avermi solo visto e appena uscito mi sono fermato a prendere fiato. Quelle fotografia erano state davvero una tosta canasta. Dentro e fuori e poi quelle parole uscite prima: speranza, passione, slancio, progetto per il futuro. Mi è passata la vita davanti. Un freddo refolo mi ha quasi attraversato in quel momento provocando quel brivido che ha scosso. L’isola. Questo ronzio stamattina è perforante. Ho scordato il cellulare, quello di lavoro e delle comunicazioni “standard”. Quello che non suona più, non vibra più (ne lo farà mai più) è sempre con me invece. Oggi non mi trova nessuno. Resto in zona fino alle 15.00 poi vado a fare la visita medica (ah, ah, ah … battutona, ehhh?) per il rinnovo della patente.
Le fotografie ed i pensieri si mescolano in un mulinello ormai privo di slancio per il futuro. Durerà finché ci sarà energia in quelle emozioni. Io non ho la forza per fermarlo. Devo solo lasciar andare la corrente. Oppormi? Inutile. Non ci sono forze da mettere in gioco. A volte è così, bisogna saper “lascare”.

Da 20 minuti pioviggina. Fine fine, leggera ed invadente cade questa pioggia non fredda ma insinuante e silenziosa, impalpabile. Stamattina sono partito presto (nonostante i soliti problemi) e raggiunta la campagna che porta al mio comune conscio di dover passare un’altra giornata disgraziata mi sono fermato. La giornata di ieri mi è passata davanti, si … davanti agli occhi in un lampo. La mia masochistica voglia di guardare senza i 2 chili di prosciutto sugli occhi dove sto facendo cilecca nelle mie cose e poi le scoperte, le tracce . Io dentro sono col barometro in tempesta piena, perenne. La lancetta non potrebbe spostarsi più a sinistra di così. Io fuori, un sorriso grande (e occhi rossi da nascondere). Come ieri sera quando là, in quella casa, una citazione in un film mi ha squassato come un 6.8 Richter. Allora la scusa, mi sono scordato una cartella in auto. Ho imparato, sono bravissimo, ho sempre cartelle in automobile. Le porto giù la mattina e poi alla bisogna, zaac, la devo riprendere. E’ un modo per guadagnare silenzio e solitudine per 180 secondi. A volte basta.
Ovviamente poi mi sento dire … “Ma te, la testa ce l’hai attaccata? E’ mai possibile che ti dimentichi sempre tutto? Sei proprio incapace di pensare, ti fai sempre e solo gli affari tuoi, per tutto. Io, con un soldino di cretino dico di si e via. Io dentro, io fuori. Quando posso essere me stesso? Quasi mai. Capita che sono io quando la membrana fra dentro e fuori è bi univocamente osmotica. Tempesta dentro, tempesta fuori.
E quando sono così, alternato nell’alterato che sono come senza volto. Si, mi sento senza volto.
Ieri, in quelle fotografie un volto, il volto, un canasta allo stomaco da stare piegati in due. Tempesta, io, senza volto, dentro, fuori. Se non fosse per il significato simbolico che sento di attribuire a queste parole verrebbe stoltamente da dire che sono solo dei Tag. Forse, forse sono solo Tag ormai.

Oggi c’è un sole abbacinante. La nebbia e la pioviggine è solo un ricordo. Fresco; nelle zone in ombra un filo di ghiaccio sulle pozzanghere. Vien voglia di svanire in un bosco ad ascoltare il suono del vento da est ed il rumore delle foglie sotto ai piedi. Magari poterlo fare.
Fra poco ho una riunione ed approfitto per annotare pensieri.
Antefatto: un mese e più fa ebbi modo di tenere un seminario sull’applicazione della legge regionale 1/2006 (del Friuli Venezia Giulia). Il seminario fu inserito all’interno del corso di laurea in Scienze dell’Amministrazione nella facoltà di Scienze Politiche. L’intervento intendeva analizzare attraverso lo strumento della matrice FDOM (Forze, Debolezze, Opportunità, Minacce) i cambiamenti sul breve e lungo periodo di questa norma che di fatto, apre la strada alla aggregazione delle amministrazioni locali (comuni segnatamente) più piccoli. Da analista ho affrontato il tema sulla base delle osservazioni e delle esperienze in essere. Il risultato fu davvero deprimente stante i rischi che l’analisi identificò e che stavano tutti al vertice della “piramide dei rischi” con un fattore “azionale”, quindi di responsabilità non trasferibile.
L’uditorio era composto da due tipologie di ascoltatori: studenti convenzionali della specialistica, giovani, del tutto ignari del funzionamento della macchina amministrativa e consci solo dell’esistenza del “diritto amministrativo”; dall’altro diversi “studenti – lavoratori” meno giovani per lo più dipendenti pubblici che cercavano chi la prima o chi la seconda laurea. Nel gruppo dei secondi una giovane signora, durante il question time mi chiese diverse cose e mi resi conto che stava affrontando un problema enorme nel suo ufficio soprattutto da quando il suo comune (bassa friulana) si era associato (prendendo un contributo regionale mica da poco) con altri comuni. In breve il suo ufficio è andato vertiginosamente incontro alla paralisi.
Ieri pomeriggio, dopo aver ricevuto i miei studenti notavo oltre la porta a vetri che da sul corridoio a pochi passi dall’aula magna della facoltà un gran movimento di “ombre”. Sono uscito ed ho visto il gruppo di persone che quel giorno ebbero la pazienza di ascoltarmi. Stavano registrando l’esame di “Economia delle aziende e amministrazioni pubbliche”. C’era anche questa giovane signora che subito mi è venuta incontro.
- Sapesse -, mi ha detto: - se sapesse come sta andando -. Sono rimasto sorpreso del fatto che si ricordasse di me. Insomma non sono uno che attira, via … sono una campana che si sta stonando e poi sono sempre più orso. Abbiamo parlato per qualche minuto ed ho capito che se la batteva proprio male.
Ad un certo punto mi ha detto: - professore, ha capito che sconfitta per me? Ci ho messo 13 anni della mia vita a fare il mio dovere e a lavorare seriamente. Ed ora? Tutto per nulla -. Le ho detto che deve guardare oltre, farsi la seconda laurea e cercare altrove. Cambiare. Mi ha guardata seria dicendomi: - Lei è una delle poche persone che hanno capito cosa sta per succedere. Io non so più che fare. Sono circondata da gente inetta che crea atti spesso “nulli” perché errati sul piano giuridico ma io poi ho la gente, quella povera, che non sa e viene da me -. Le ho detto di lasciar stare. Di pensare alle cose più belle al di fuori del lavoro e di non investire più un neurone nell’ufficio. Mi sono visto in lei, come in uno specchio provando un senso di disfatta. Mi ha salutato con una vigorosa stretta di mano e le ho offerto il mio indirizzo di posta elettronica. Cercherò di trasferirle un po’ di metodi per migliorare la qualità del suo lavoro, ma solo il suo. Mi sono visto in lei. Tornando (o forse andando) verso non so dove ho pensato che forse farebbe bene a diventare mamma, godersi un figlio e lasciare il lavoro così senza prospettive di miglioramento al mero “stipendio”. Tanto, non se ne accorgerebbe nessuno.
Quanta gente per bene ha perso la fiducia negli ultimi anni, quanta … Penso che scriverò un articolo nel quale illustrerò la mia visione da oggi a 5 anni, diciamo 2012 via, nelle amministrazioni pubbliche italiane. Me lo spedirò per posta e lo terrò in busta chiusa ed in quella data confronterò la realtà con la mia analisi.
Stamattina pensavo alla giovane signora. Spero vada via dall’ufficio presto oggi e vista la giornata, ancorché mettersi sull’ennesimo libro, spero vada farsi una passeggiata sul greto delle risorgive che formano il paesaggio del suo paese.

Sono giorni molto tristi questi. La situazione attorno mostra un barometro costantemente voltato a “tempesta”. Ho le dita “frementi” sulla tastiera con davvero moltissime sensazioni da riversare e cercherò di non perdere il filo dei pensieri che in queste 48 ore mi hanno attraversato le mente. Il mio pensiero va agli accadimenti connessi all’inaugurazione dell’anno accademico alla Sapienza di Roma. Il gesto di quei colleghi che hanno firmato quel documento contro il Papa, prof. Ratzinger che è bene ricordare è stato professore ordinario di “Dogmatica” e “Storia dei dogmi” presso l’università di Ratisbona mi ha sorpreso poco. Non mi ha sorpreso neanche il fatto che i collettivi studenteschi abbiano reagito nel modo che si è visto alla notizia della decisione di non partecipare all’inaugurazione.
Una “lectio magistralis” non è una cosa da poco. Ratzinger è un teologo la cui cultura è enorme ed indiscutibile. E’ un uomo che ha una visione teologica di straordinaria lucidità. Poi si può essere in accordo, lontani, non approvare ma un conto è l’idea, la trasmissione di un contenuto; un’altra cosa sono le conclusioni. Ora, in un paese nel quale viene concessa la laurea ad honorem a persone come Vasco Rossi, Valentino Rossi o Mike Bongiorno e questi personaggi assai popolari possono tenere una “lectio” fra ovazioni ed applausi e si nega l’intervento a chi (con tutto il rispetto per i citati che mi stanno pure simpatici) ha lo spessore del “teologo” Ratzinger mi pare che si sia sprofondati nelle sabbie mobili, inarrestabili e mortali dell’intolleranza. Insomma, disapprovo e trovo la cosa di un oscurantismo che non ha precedenti. Questi colleghi dovrebbero formare i nuovi dirigenti della nazione? Ma stiamo scherzando?
Il futuro? Se Pol Pot fosse vivo avrebbe una nuova nazione dove costruire il mondo ideale, l’Italia! Avrebbe già il suo esercito di Khmer composto da intellettuali di sinistra, no global, collettivi studenteschi, anarchici e … Boselli. Pol Pot è morto ma fra poco ci sarà presto un funzionario del Cominfor  (ufficio di informazione dei partiti comunisti) in ogni dove. Già oggi in tanti posti è purtroppo una realtà. Essere liberali significa almeno ascoltare il pensiero di chi la pensa in modo diverso. Quando questo viene negato il “Rubicone” fra rispetto ed i nuovi semi della violenza è superato. La storia insegna … forse.

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